3.10.13

Schiavo della Roccia

Respiro. 

So solo che sto respirando, cercando di "starci dentro". 

Stringo i pugni, cerco di gestire l'ansia. Sono incazzato. Ma lucido. Scrollo le braccia, ho bisogno di recuperare, anche poco. Devo solo... continuare a salire. Starci dentro. 

Devo starci dentro.

Con la mente, con le mani, con il cuore.

Solo starci dentro.

Continuo a respirare.

Poi apro gli occhi. 

IL PANICO.
Mi rendo conto. Per un attimo sento l'ansia salire e cercare di fregarmi. "Cosa cazzo ci faccio qui, come ci sono finito??" e poi ancora "Cazzo sono in continuità?? Com'è possibile??" La situazione rischia di complicarsi, le mani di aprirsi, lasciandosi scappare quello spiraglio di possibilità. "La vita non è un film. Non succederà. Non si farà salire. Non ora. Non così." Capisco, capisco che il gioco si fa duro, ma che CAZZO NON E' ANCORA DETTO. 

Relax, svuotare mente. E' ancora possibile. E' ancora il presente. Vai. Vai e prenditela cazzo! 
Sgombrare. Sgombrare la mente.



Buffo tornare a sentirsi in un certo modo dopo tanto tempo... come riaprire gli occhi dopo un lungo sonno, anche se si è dato tutto tranne l'impressione di essere in un limbo, in un periodo "un pò così".

Eppure è vero, non è mai tutto rosa e fiori, non è mai tutto perfetto, e se si vuole che le cose vadano come le si sognano bisogna fare una cosa ed una soltanto: rimboccarsi le maniche e pedalare, con la consapevolezza che la vita non è un film e che il lieto fine non è detto che ci sia.

Di tanto in tanto però le cose si rincorrono per un pò e poi si allineano, fino a coincidere.

Senza troppe filosofie e come si direbbe da me "in soldoni", quel che sto cercando di spiccicare è che dentro di me era davvero tanto che le cose non coincidevano come adesso. Un bel periodo, semplicemente.

E' un pò che non scarabocchio sul Blog, l'ultima volta che ci siamo visti era a Kalymnoss... ne sono successe di cose, ce ne sono stati di alti e di bassi, ne son passate di acque sotto ai ponti..

Da dove iniziare?

Ma dal titolo ovviamente: Schiavo della Roccia.

Questo quel che sono, e che sono come me un pungo di ragazzi belli motivati che hanno preso a schiaffi il brutale e spietato granito del vallone di Unghiasse, sotto le redini del capobranco Marzio Nardi.


Ho provato tante volte a mettermi sulla carta a cercare di trovare le parole giuste per descrivere questa esperienza, ma poi ho letto le sue di parole, quelle della mente, della scintilla di tutto ed ho capito che niente e nessuno avrebbe reso meglio l'idea. Non amo le cronache, bensì le sensazioni, le emozioni le sconfitte.. le gioie.. e per quanto riguarda il Rock Slave Experience si potrebbe scrivere un'enciclopedia. Ancora una volta l'unico mezzo che mi ha aiutato a sviscerare questa settimana passata come formiche in mezzo ad un abisso di sassi, è stata la carta bianca ed un set di acquerelli di quando ero pischello delle elementari...


"C'è un tempo che non si misura, o forse è il tempo tutto che non si può misurare. Se i filosofi ancora riflettono una sua definizione, di certo non posso riuscire a dagliela io. Diciamo che il tempo e' una dimensione.

Solo l’ultimo giorno ci ho riflettuto. 
Fino a quel momento era come se il tempo, quello che misuriamo ogni giorno con l'orologio, fosse sparito. Meglio, era come se scorresse in un altro modo: nell'erba, che mano a mano s’asciugava, nel sole, che diventava più caldo, oppure nello scorcio di valle che cambiava colore.



Il nostro tempo nasceva nell'entusiasmo della mattina presto e finiva la sera nella stanchezza, nella fame, nel dolore alle gambe e nel mistero. Mistero sul giorno dopo, sul futuro. Su ciò che avremmo fatto domani

Nel vallone di Unghiasse non ci sono guide, settori, gradi o righe di magnesite. C'e' una distesa d’erba di 2 chilometri che a poco a poco lascia spazio alla roccia. Dal masso sul quale sedersi la sera a quello che, dalla cima, ci mostrava in prospettiva la valle, tutto era pietra nella quale perdersi. Pietra brutta, pietra coperta di lichene, pietra bella, pietra bassa, pietra piatta, pietra alta, pietra, pietra, pietra…




In mezzo a tanta pietra ci siamo sentiti inadeguati, disorientati e deboli, incapaci di salire su un sasso, incapaci persino di cadere sui rododendri che ci inghiottivano a ogni passo. Forse non eravamo all'altezza di fare quello per cui eravamo li: trovare una pietra su cui salire. Cosa c’era di sbagliato? Cosa cercavano e non riuscivano a trovare le braccia e le dita?

Cercavano quello che fino a ieri avevano toccato. Cercavano gradi, difficoltà, come lo sguardo cerca l'orologio al polso per sapere che ora è. E mentre misuravamo la fatica degli avambracci per la gloria di uno sforzo al limite, nell'ombra, fra l'erba che si asciugava piano piano, centinaia di “linee” attendevano un po' di magnesite che le disegnasse. Ci è voluto almeno un giorno intero, un giorno di tempo "vero", per capire che l’unica cosa da fare era liberare l'istinto e, finalmente, scalare.
Il resto è solo cronaca"

Marzio Nardi



Il resto è davvero solo cronaca.

Una volta tornati a casa è decisamente stato strano. Le prospettive, le proporzioni, il colore dell'aria..tutto rimescolato e ribaltato nel giro di poco...

Ma 'sto Vallone di Unghiasse esiste davvero o me lo son sognato??

Il tempo di chiedermelo e subito i polpastrelli ancora doloranti mi rispondono, spazzando via ogni dubbio.. "esiste, ed è abrasivo!"

Carico di una nuova motivazione, pura e sana, spingo i miei muscoli ancora acciaccati fuori di casa, le scarpette vogliose di mordere nuova roccia...e facciamogliela mordere.

Meteo? Pessima. Chissene.

Dall'ultimo tentativo su "Il Gemone" erano successe un sacco di cose.
Oltre naturalmente all'Experience con RockSlave c'era stata la Spagna e la mia prima volta a Rodellar... Avevo lasciato il calcare del camaiorese proprio un mese prima infatti, quando ho strappato la prima libera di "Juma" al maltempo. Quella salita mi aveva dato molta soddisfazione: mai fatta una via così dura in così pochi tentativi.

Si ok, la forma c'era, la testa anche e blablabla,  ma poi i viaggi, le nuove esperienze, ed infine il rientro. Ora era diverso. Dovevo trasformare il mese passato in motivazione, in pura energia. In voglia di scalare. Questo dico, questo c'era ed era sicuro.

Quel che non era sicuro era il tempo.

Arrivato sotto la pala strapiombante de "Il Gemone" la storia non era così rosea. Nuvole nere, umidità alle stelle e soprattutto poca luce.


Tentativo d'ispezione: riguardare movimenti-pulire prese-sgranchirsi-scaldarsi-muoversi-scalare...

Scalo.

Per farla breve, le sensazioni non potevano essere delle migliori... ma delle condizioni non ne parlava nemmeno un pò.

La seconda metà della via è completamente fradicia. Zuppa. Nera d'acqua.

Scendo giù con le scarpette marce di fango, così come le dita ed il morale, ma non dispero: proverò il sotto per ottimizzarlo, pensando a quando sarà nuovamente asciutta, nuovamente scalabile, tutta, fino alla catena. Ecco cosa farò.

Dopo le chiacchere da falesia di rituale con quel pugno di coraggiosi che si sono presentati (alla faccia della meteo), l'atmosfera si fa sempre più cupa e nera. Occorre scalare, almeno un secondo tentativo prima di scappare o essere risucchiati da quel madrefucker di temporale che da sopra le nostre teste ci minaccia opprimente. Corro sotto la via, è buio, devo muovermi, almeno per riprendere i rinvii.

Mi lego, metto le scarpette, due o tre parole in fretta, mentre mi avvicino alla roccia e parto, con la testa altrove, vuota.

Le prese sono bagnate.....forse.

Le condizioni sono pessime....forse.

Sento niente.

Solo un barlume, una tacca che voleva sfuggire, e per un attimo mi ci ha fatto credere.. poi però la mano arcua. Non la mollo più.


Un urlo di sfogo quando mi ritrovo il bidito in mano. La presa del passo chiave, quella che voleva sfuggire, è ormai sotto i miei piedi.


Prendo il primo buco buono. Completamente bagnato, sento gli schizzetti tra le dita. Allargare piede. Bagnato anche quello. Fidarsi, rischiare. Afferro la presa asciutta con l'altra mano. Rimane lì. L'altra, fangosa, scivola, ma è troppo tardi. Il riposo mi appartiene. Moschettonare. Sistemare i piedi... troppo bagnato, non rischiare di sporcare suole.

"Rimani lì. Fermo. Stai fermo e respira. Stacci dentro. Respira e stacci dentro."

Respiro.

So solo che sto respirando, cercando di non scivolare via dalla roccia bagnata.

Devo starci dentro.

Poi il panico mi assale. Ricordo di essere in continuità, d'aver superato il passo chiave, di avere la catena a poche prese dalla mia testa. Per un attimo mi vedo cadere lì, fregato dall'ansia. Successivamente mi vedo cadere al passo dopo, inveendo contro la roccia bagnata. Ancora mi vedo cadere moschettonando la catena. Un piede scivola, una mano fangosa... sarei caduto. Stupido. Stupido sei. Hai avuto la tua occasione, e l'hai buttata.

Il peso del corpo vibra leggermente sulle scarpette, le mani stringono il doppio.

Cazzo no.

Io non ci cado qui.

Parto e mi lascio il riposo sotto i piedi. I passi sono delicati per arrivare in catena, sento piedi e mani precari. Salgo e cattivo, stringo le ultime prese. Chiudo fuori dalla mia testa le paure, e le condizioni possono anche andarsene a quel paese. Non ho mai creduto nelle condizioni, non vedo perchè dovrei iniziare a crederci proprio a due metri dalla catena. Rimuovo dalla mia mente l'immagine di me che cado, e prendo corda. Tutto tende a snapparmi.. ma le prese sono salde nelle mani. La metto dentro.

"Clac"

Tutto sfuma in un sorriso, in un urlo.

Maledetta arrampicata, maledetta roccia.

Avete fatto di me uno schiavo!



Foto su "Il Gemone" di Marco Ricciotti













25.5.13

La fine che non ho fatto

Il problema di avere un Blog da aggiornare su ispirazione, comporta diversi problemi, primo fra tutti il fatto che va aggiornato su ispirazione. A volte si è a corto di storie, oppure se ne hanno ma.. che cavolo ne so. Insomma questa volta era un pò che me ne stavo zitto zitto, ma per rendermene conto avrei dovuto aspettare la pioggia.

Così, quando qualche giorno fa mi sono ritrovato rintanato sotto ad uno strapiombo con un pugno di disperati arrampicatori, che come me erano sgattaiolati via di casa nell'intento di sfuggire al maledettissimo divano alla volta di qualche pezzo di roccia asciutto (tanta speranza poco successo), uno di questi compagni di sventura mi si avvicina curioso, e delicatamente, mi fa:

"Luca.. ma te.. CHE FAI?!? Sei sempre così misteriosamente sfuggente, non ti si vede mai..scali??"

Al che, la mia espressione dev'essere risultata più o meno.. 
A quel punto, la mia mente corre veloce a qualche settimana prima:

Pioveva, tanto per cambiare: Lo intuivo, non c'era bisogno d'averne la certezza trascinandomi fuori dalle calde coperte per andare alla lontanissima finestra, col pavimento gelido  eccetera eccetera zzzzz. In mezzo ai tuoni ed al picchiare della pioggia contro la finestra, distinguo chiaramente un suono ben più assillante, acuto, forte, RIPETITIVO. Sperare che smetta mentre mi rigiro nel letto non serve a niente, non un attimo di pietà, non un'esitazione. Nulla. Quella fastidiosa insidia mi costringe a mettere timidamente un occhio fuori, e subito vengo bruscamente accecato dalla luce lampeggiante, irrequieta, insopportabilmente attiva. Il contrario di me. Mettere a fuoco. 

Il mio cervello va veloce nel darmi le informazioni necessarie a capire che quel che mi sta svegliando da bellissimi e dolci sogni, è il maledetto cellulare. 

Da qualche parte sullo schermo la scritta "BABA" mi suggerisce chi è che mi sta chiamando, ma sinceramente credo di essermene reso conto dopo aver risposto. Non ricordo esattamente quel che mi ha detto, io la conversazione me la ricordo più o meno così:

BABA: "Oh, si va a Kalymnos?
IO: "Si."

Di lì a qualche tempo, tutto sarebbe stato bianco verde e azzurro.







Il primo giorno sarebbe stato una pacchia, nonostante le ore di volo. Così scalo, stringo, spenzolo, tallono, lancio e... mi appendo (anche), insomma, tutto nella norma. "C'è da conservarsi". "E' il primo giorno". "Non distruggersi". "Andarci piano." Se avessi saputo che quel giorno sarebbe stato l'apice del mio successo in questa tappa greca, forse avrei cercato di approfittarne. Ma non potevo prevedere che LEI sarebbe giunta, l'indomani. 


Forse ancora stavo dormendo, forse ci stavo provando, oppure è stato quando ho aperto gli occhi. Lei c'era, ed io non potevo farci proprio niente.
La chiamerò AGONIA.
Ancora oggi non mi spiego cosa esattamente mi sia successo, molti uomini stanno ancora lavorando al caso, ma pare che l'ipotesi più in voga sia quella di una strana malattia greca che colpisce i maschi senza barba
recando effetti collaterali gravissimi (in rari casi anche mortali) i cui sintomi principali sono:

Debolezza infinita, fatica estrema e perenne,  annaspamento su sentieri, svenimento su pietraie, senso di smarrimento verticale, senso di morte imminente, offuscamento della vista, disagio sociale, ancora senso di morte imminente ed una forte, onnipresente, schiacciante repulsione dalla roccia. 


Per farla breve il tutto sfociava nell'acciaio più totale. Un disastro.

Passano i giorni e non la fatale malattia, ed intanto tutti intorno a me sembrano felici, pieni di energie, Baba in primis più scatenato che mai, e continuano a stamparmi in faccia ogni cosa, compreso tutto ciò che prima di quella vacanza io consideravo alla mia portata. 
Che fare? Cosa dire? Bisognava reagire, a costo di fare rime stupide! 

Il mio amatissimo NRG (alcuni sostengono che fosse semplicemente un motorino noleggiato, ma vi dico che c'era un feeling particolare tra di noi), decide di non fermarsi alla Grande Grotta, ma di continuare la tortuosa stradina che circonda l'isola fino ad un affollatissimo parcheggio, dove su un sasso sta scritto in blu "Secret Garden".

Lì capisco che se volevo farmi valere combinare qualcosa, quello era il giorno, quello il posto: mi sento meglio, (quasi) energico (quasi)...sarà che il sentiero è in discesa...ma andava bene così.

Inizio a scalare, e sebbene la situazione sia notevolmente migliorata, sento che le cartucce da sparare sono ben poche, decido così di farla breve con le vie propedeutiche e tentare il tutto per tutto sulla VIA. Appena ero arrivato in falesia ci avevo messo lo zaino sotto, e gli occhi sopra. Una linea corta, bella, un bel passo di boulder a partire, riposo quasi totale e dopo continuità, da giocarsela. Inoltre, cosa da non trascurare, lungo la via spenzolavano tanti simpatici e amichevoli rinvii montati in precedenza da qualcuno prima di me. Mancava giusto di scalarla. Basta, raccolgo le mie cose e mi ci piazzo sotto. Sento di avere un solo tentativo (forse), poi la malattia si sarebbe impadronita di me, avrebbe fatto aprire mani, tremare gambe, messo il panico negli occhi... probabilmente sarei morto... Ma siamo in Grecia, e bisogna seguire il buon esempio.
Così mi lego, infilo le BOOSTIC, chiamo a me ogni energia rimasta in corpo, e grazie al tifo della mia banda...

...avrei eroicamente avuto la rivincita sull'agonia cronica dei giorni passati. O almeno, ci avrei provato.
Fino alla fine.

Parto, so che non c'è tempo per i convenevoli, LEI mi strapperà dalla roccia se non mi muovo. Scalo, scalo veloce e senza paura, il boulder si avvicina, so che posso farlo, vincendo così il riposo.

Là sarei stato le venti ore necessarie per allontanare l'AGONIA dai miei avambracci, là l'avrei illusa. L'avrei ingannata.


Tiro ste prese, e con il coltello tra i denti, eccomi al riposo. Questa nicchia a metà via è la mia unica speranza. Riposo. Riposo. 

Riposo.

Riposo.

Riposo.

Insomma, due balle!

Riparto, e se ben titubante sull'ultimo passo delicato, mi avvio verso la scia di zappe che mi separa dalla catena, ma proprio mentre tutto sembrava finito, eccola che si fa sentire. Si accorge dell'inghippo, della fregatura.

 "Te la faccio pagare" mi disse, ed io stolto, la ignorai.

Sono ad un paio di spit dalla catena, in mano solo prese enormi. Le braccia pulsano, le dita iniziano ad aprirsi, i gomiti ad alzarsi. Non è possibile. Non ora, non qui. Meglio cadere sul passo chiave sotto, meglio cadere perchè scivola un piede, ma non morire d'acciaio sulle zappe di Dio. 

IO: "Abbi pietà, AGONIA, risparmiami!"
AGONIA: "COL CAZZO!"

Scappare, andare via, fuggire. Scorre veloce la roccia sotto di me, moschetto rapidissimo come un cecchino, nemmeno controllo che la corda sia dentro il moschettone che riprendo la corsa, ed eccomi sotto la catena, un paio di manate, la vedo, mi spenzola in faccia. I gomiti sono talmente alzati che per un attimo ho paura che rimangano così per sempre.

(si, stimo che per i 90 anni mi sia venuta, ed anche lunga)
Respiro, ho il fiatone, ormai so di essere un tutt'uno con AGONIA, ma la catena è così vicina!! Mi basterebbe alzare i piedi di dieci centimetri per toccarla. Non riesco a muovermi. Il corpo è piombo, i gomiti si alzano, le dita lentamente si aprono.



D'un tratto alzo le mani, alzo i piedi frettolosamente. Prendo corda, ne prendo ancora, miro la catena. Spero solo che il moschettone si apra. Ed il moschettone si aprì. "Sirtaky Lessons", onsight c'è.

"AGONIA, fa di me quel che vuoi adesso. Ah, dimenticavo, VAFFANCULO!"

I pochi giorni rimasti della vacanza saranno per me solo birra e spiaggia. Mi preoccupo quando in aereo, al ritorno, le mie braccia sono ancora completamente ghisate, come fossi appena sceso. Così resteranno anche tornato in Italia, qualche giorno ancora. La vendetta di AGONIA. Poi un giorno, esattamente come era venuta, LEI sparì. Niente barbe comunque. Tranquilli.

Ed eccomi qua, rintanato sotto ad uno strapiombo, mentre fuori piove a dirotto. Uno sventurato come me mi si avvicina:

"Sei sempre così misteriosamente sfuggente, non ti si vede mai..scali??"

"Ho appena finito di sghisarmi" penso.

"Scalicchio" dico.


Ci tenevo a fare particolari complimenti a Andrea (BABA) Lottini che ha veramente scalato l'isola con una grinta unica portando a casa grandi risultati. Il resto (posto-panorama-mare-falesie-roccia-vie) lo sapete già. Per non trattenervi oltre, una foto significativa.

Alla prossima!

19.1.13

El corazòn, alla muerte!


Ancora una volta mi trovo a guardare fuori dal finestrino, fuori, paesaggi e binari: quel treno che ho preso un anno fa per Torino, non si è ancora fermato, nè mai si fermerà.

E' ripensando e guardando indietro, che mi trovo a toccar con mano questa incredibile morale: potrei raccontare mille volte la stessa storia, e mille volte sarebbe diversa, tante sono le sfaccettature, le piccolezze ed i dettagli che silenziosamente, ne hanno influenzato il corso. E' proprio vero che la vita è un viaggio, dove non si sfa mai veramente il proprio bagaglio, persino quando la realtà ci mostra intenti nell'esatto contrario: come non si smette mai di imparare, non si smette mai di viaggiare...

Certe volte si è obbligati a scegliere una direzione e a prenderla, altre volte invece si arriva come naufraghi per caso, al momento giusto nel posto giusto, guidati dal concatenarsi di infinite casualità, e come queste anche noi incastrandoci con altrettanto infinite situazioni, diventandone parte.

Scelte, chiudere porte per aprirne altre, rifare i bagagli, lasciare, trovare, scoprire e scoprirsi. Ancora una volta fan da cornice ai miei pensieri posti nuovi, nuove rocce, nuove avventure verticali, e l'arrampicata gioca con me, e lo fa là, di nuovo sotto il sole della Spagna.



Una bella compagnia ed un pò di giorni davanti al naso. Strisce di calcare azzurre e gialle si susseguiranno nelle ultime giornate di questo 2012, e si scala, ci si spalma sulla roccia come lucertole, salutando inconsciamente un pò tutto quello che è stato, ciò che ci è stato offerto, lasciandoci alle spalle un pò tutto e forse niente, ma chi per sempre e chi solo per quei pochi giorni in cui niente c'era tra sè stessi e la roccia. 

Libertà.


Le valli della Catalunya scorrono veloci fuori dal furgone, una bella musica nella testa e via.


Colori e musica, le pareti di Siurana sembrano davvero dipinte ad acquerello, ed i buchi di Margalef anch'essi sistemati con estrema precisione da un'artista scalatore, tanto sono perfetti, come loro i movimenti, le sequenze.

E' proprio in mezzo a questo universo di roccia e di bellezza, di movimenti, di cieli senza nuvole, azzurri quasi fosforescenti, di valli infinite dietro a valli ancor più infinite, che il pensiero che mi rimbalza in testa da qualche mese prende sempre più piede, mi stringe in un angolo della testa senza lasciar quasi spazio per nient'altro.

Siamo noi che facciamo l'arrampicata o è lei che fa noi?


Chiudo gli occhi ed ancora mi sembra di vedere casse di prese in resina, chiavi brugole ed avvitatori diventati veri e propri colleghi nei mesi che mi sono appena lasciato alle spalle. Nella mia testa si susseguono immagini e movimenti, sequenze e metodi, in un vortice di prese, volumi, colori e nastri. Creare è sempre stata cosa più che naturale per me. Il disegno, la scrittura... e sin dalle prese grigie ed unte del vecchio muretto abbandonato di Viareggio, alle prese nuove e luccicanti del Bside, ho sempre messo in verticale ciò che mi ronzava per la testa, concretizzando idee, toccandole con mano dopo averle circondate di prese. Ma la prima vera volta in cui ho potuto esprimere e sfogare tutta la mia voglia di avvitare è stata proprio all'Area51 di Follonica, quando lavorando alla mia creatura, il ROCK'NROLLA Boulder Contest, ho sudato in uno stremante tour de force che ha portato tanti sorrisi e tanto divertimento, e che a sua volta ha portato me a Carrara per l'Apuan Rock Climbing Fest, poi ancora a Firenze per il THE DAY AFTER Boulder Contest

Inconsciamente mi sono fatto cullare, guidare e trasportare dagli eventi, naufragando con gioia in un mare di occasioni, capitate per caso o forse no, ma che alla fine mi hanno portato esattamente dove dovevano. 

Ed eccomi là, con la brugola in mano, mi aggiro in cerca dell'appiglio perfetto, quel che serve per completare l'ennesima opera su chissà-quale-pannello in chissà-quale-palestra, ed a malapena mi accorgo di quanto sia la più sana creatività a guidare i miei pensieri: riprodurre movimenti, crearne di nuovi, originali, fuori dagli schemi, andando a rasentare il limite tra la scalata e chissà cos'altro. Tutto questo mi affascina, e mi fa sorridere: dopo 15 anni, ancora l'arrampicata continua a stupirmi, e con lei le infinite possibilità che si hanno di fronte ad una tela con un pennello e un pò di colori, o di fronte ad un pAnnello con un avvitatore ed un pò di prese

Con queste parole che timidamente affollano la mia testa, continuo ad avvitare, finché tutto va oltre, finché diventa impossibile ignorare, finché non posso che chiedermi:
Tutto deriva dall'arrampicata, o in essa tutto sfocia? Siamo noi a far della roccia il nostro mezzo, lo strumento per la nostra continua voglia di salire, sfruttando la capacità che il nostro corpo ha di adattarsi a lei, oppure è lei che ci indirizza, che ci insegna, ci guida affinché anche noi, come studenti somari, arriviamo alla giusta soluzione? 

Quando passiamo da un appiglio ad un altro, siamo noi che decidiamo razionalmente come farlo, oppure è già scritto nella roccia quale sia il modo ideale e perfetto di farlo?

E' troppo pensare che forse, in grande, questo vale anche per la vita? Siamo noi a far lei...o infondo, è sempre stata lei a far noi?

Penso e traccio, creo, invento, mi faccio domande, mi diverto a non trovar risposte e scalo...

Poi, come riaprendo gli occhi dopo un lungo sonno, torno a guardare al presente, e vengo catapultato lì, in quel posto in quel preciso momento.




Il sole sta per scendere a Margalef, il tempo per i pensieri scarseggia, adesso devo pensare solo ad una cosa: il sogno è ancora là, e di certo non aspetterà ancora. La ciliegina sulla torta. So che allungando la mia mano, posso ancora prendermela.



Non m'illudo: so bene anche che ci sono momenti in cui non basta credere in sè stessi, nelle proprie capacità. 


Alcune volte semplicemente bisogna esser pronti a lottare e morire se necessario, dando tutto anche quando intorno a noi ci sono solo "NO".


Consapevoli di cosa significhi fallire, di cosa significhi rimaner delusi dalle cose... 


...dar tutto e ricevere soltanto un pugno di mosche ed un pò d'amaro in bocca. 


Perchè di tanto in tanto è così che funziona. 
Proprio con questa consapevolezza, continuare ad andare avanti, a salire.


E se a metà del viaggio, mentre il treno continua a scricchiolare veloce, iniziate a chiedervi "perchè?"..


...sappiate solamente che potrà non esserci risposta.


Se così sarà, allora vi renderete conto di come niente conti più di quel che state facendo, in quel momento ed in quel modo. Non il successo, non il fallimento. Continuare a viaggiare e a salire, nel bene e nel male, solo per sè stessi, e sicuri soltanto di quel sorriso che naturale, si ha sulle labbra: la semplice gioia d'aver dato tutto senza chiedere nulla in cambio

Perchè spesso alcune volte amare non basta...

si deve avere il coraggio di farlo, e di farlo ALLA MUERTE!


21.10.12

Mallorca #0

Questo articolo è il più lungo che abbia mai scritto, per questo l'ho diviso in 6 post, in modo da rendere la lettura un pò più comoda. A destra trovate l'elenco. Chi riesce a leggerli tutti vince un mappamondo!

IL VIAGGIO


Il mio viaggio a Mallorca è iniziato così: una panchina spigolosa, un grosso zaino zeppo di roba, una bottiglietta d'acqua, un panino, e un bel pò di ore davanti, anche se in realtà già ne avevo alle spalle. In tutto le ore di viaggio sarebbero state 20 e mezza, ma questo io ancora non lo sapevo. Tutto sommato, andava ancora bene:

Mi sarei comodamente risvegliato da quella panchina, con la mia bottiglietta, il mio panino e si spera anche lo zaino verso le ore 05.30, mi sarei diretto all'imbarco, avrei fatto la fila, avrei fatto in controlli, mi avrebbero fermato almeno un paio di volte (non so perchè, TUTTE le volte c'è qualcosa che non va nel mio bagaglio), ed alla fine, mi sarei preso quell'aereo. Sarei arrivato a Palma alle 08.20, Andrea mi avrebbe recuperato in macchina, e saremo andati a scalare. Tutto liscio. Sveglia fissata, sono le 23.00. Avvolgo il giubbotto  dietro la nuca ad imitare una sorta di cuscino. Le luci al neon sono forti, ma gli occhi sono chiusi. Tutto sommato, va bene. Buonanotte.

Decido che la panchina mi ha rotto le palle alle 00.15 circa. E' tutto inutile, infondo lo sapevo dall'inizio che mai sarei riuscito a dormire su quello scomodissimo ammasso di ferro, seduto con la schiena piantata nel ferro, con quelle luci al neon piantate in faccia. Abbandono il mio nido, preparandomi all'idea che forse ad un mio eventuale ritorno, sarebbe stato occupato. Fanculo, corro il rischio.

Vago per l'aeroporto un pò sonnambulo, e tanto lo so, sarà una lunghissima nottata di merda. La testa mi ronza, gli occhi sono stanchi, il tutto sfumato. DEVO DORMIRE, ma dove? Per un attimo il panico si fa sentire, poi la vedo. La panchina perfetta. Lì è possibile sdraiarsi, perchè a differenza delle altre, lei non ha quei maledetti braccioli in ferro. Le luci sono persino soffuse, e soprattutto, è libera. Il fatto che sia parte di un'istallazione di arte contemporanea non mi inibisce. Io non sono un critico d'arte, sono on topo di falesia! Tutto è perfetto, la posizione, il cuscino improvvisato....gli occhi si chiudono. In culo l'arte penso, mentre mi addormento.

Mi sveglio e guardo l'orologio. Sono le 04.00. Meglio che nulla. Decido che però, ormai per dormire non è più cosa. Un giusto modo per temporeggiare è quel che mi serve. Colazione al bar. Finisco la mia brioche ed il mio succo, e sono già in fila. Sono le 05.00, perfetto. Tutto procede secondo i piani, e tutto è andato benone fino a quel fatidico.. "Si avvisano i passeggeri diretti a Palma di Mallorca, che il volo ha subito un ritardo". Sul tabellone c'è scritto due ore. Disperazione, ma poi la hostess mi rassicura:

"cambierà"

E cambiò. Adesso invece che due le ore di ritardo erano quattro.

Torno indetro e trovo una poltroncina nascosta niente male, il tempo di accomodarmi e già erano passate due ore. Mi risveglio con la musica ancora nelle orecchie, ma la batteria dell'Ipod a zero. Le due ore rimanenti a stento le ricordo, eccetto per il telefono. Un flusso continuo di sms ad Andrea per fargli capire quando cavolo arrivo.

"arrivo alle 08.20" "ok" "Andre un ritardo, arrivo alle 10.20" "ok" "No, no aspetta, le ore di ritardo sono 4! Arrivo alle 12.20" "ok"...e via così. Adesso sembra tutto pronto.

Rifaccio la trafila al gate, coda, bagaglio, skanner, biglietto, carta d'identità, ed infine sala d'imbarco. Sono circa le 10.30 quando sto per salire sul cazzo di aereo, ma ormai l'ora, il giorno, la notte, sono concetti astratti per me. L'ultimo sms concordava "areoporto di Palma ore 12.30", ma meglio chiedere per sicurezza.

"Scusi, mi può dire a che ora arrivo PRECISAMENTE?"
"Lei calcoli che ci vogliono 2 ore e mezza"
"Due ore e mezza? Mi sembrano tantine..."
"Due ore e mezza."

Non voglio chiedermi perchè, ne ho le scatole belle piene, quindi di nuovo fuori il cellulare.

"Andre, non chiedermi perchè ma arrivo alle 13.40 circa" e la sua risposta "ok".

Salgo su, spengo cellulare e cervello. Portatemi a Palma.

Una hostess mi risveglia pochi istanti prima dell'atterraggio. Siamo arrivati finalmente. Poi la voce del capitano "siamo felici di informarvi che siamo arrivati a Palma con 40 minuti di anticipo". In mezzo ad un applauso generale spero il capitano abbia sentito il mio VAFFANCULO. Altro sms ad Andrea. "Andre, non chiedermi perchè nè come, ma sono a Palma. Mi trovi sul marciapiede probabilmente morto, vieni quando ti pare, non ne posso più".

Una mezz'ora più tardi ero sul Bolide (una mitica ford fiesta da battaglia del '90) con Andre e Simo, devastato e stordito manco fossi stato ubriaco. Erano le 13 credo.

"Luca, ti portiamo a casa, si sta tranquilli oggi ok?"
"NO. Andiamo a scalare ADESSO"

Mallorca #1

SA CALOBRA


Il Bolide sfreccia per le strade di questa parte dell'isola sconosciuta, in effetti è esattamente dalla parte opposta alla costa più famosa. Ma è più vicino a casa in linea d'aria, ed avendo poco tempo a disposizione, sembrava la decisione più saggia. E lo era. Vento in faccia, sole in testa, e panorami mozzafiato. Dietro ad ogni curva, un nuovo mondo, assurdo, incredibile. Se non fosse per il mare, blu ed immenso là infondo sembrarebbe d'essere sulle dolomiti. Poi dietro quella curva, mille falesie di calcare spuntano da ogni dove, ricordando la Francia, ed ancora quella cima rocciosa la Pania secca, ma poi il lago distrae tutti, ed ancora, le incredibili formazioni rocciose che si tuffano in mare. Infinite torri di palle di calcare grigio contrastano con il verde delle palme. Che posto è mai questo? Rocklands? No....decidiamo che l'ambiente che assomiglia più a questo spettacolo è Pandora, il pianeta di Avatar per intenderci. Selvaggio, incontaminato.
Ed in mezzo a tutto questo, uno spot per Deep Water Soloing.


Le vie non sono tanto alte, nè tanto dure. Il posto ideale per iniziare e vedere se questa cosa del deep water è solo un'amore platonico e se le palle per farlo, le abbiamo davvero. Ci lanciamo sulle linee come i bambini al parco giochi, ma dal momento in cui stacchiamo i piedi da terra, la consapevolezza d'essere sul punto di non ritorno ci fa automaticamente cadere in concentrazione. Io, Simo ed Andre prendiamo le misure, pendiamo confidenza. Funziona.

Capiamo d'esser pronti a sfidare un pò più l'altezza, gli otto metri di quello spot nonci bastano più. E' stato Simone il primo a rilanciare, ed eccolo lanciarsi a vista su uno scoglione solitario di circa 12 metri. La via è facile, ma non si sa mai quali giochi strani può riservare la testa, una volta portato il culo lassù in cima, con il vento che ti scombina i capelli, il costume, ed il rumore del mare sotto a ricordarti dove sei.

"Non ci pensare! Vai Simo, vai!!"

E Simo va. Ebbravo Simo! Come i bimbi io ed Andre subito dietro. Una volta in cima, ci accorgiamo del tramonto e del paesaggio che abbiamo attorno. Le rocce ovunque sono tinte di arancione fuoco, il mare è sempre più calmo. Questo posto è magico!

Ben presto l'entusiasmo lascia spazio alla stanchezza, e quelle 20 ore e mezza di viaggio cominciano a farsi sentire, sommerse sino a quel momento da un'insaziabile voglia di salire, scalare, scoprire, giocare...la parola "ancora" che da tutto il pomeriggio mi rimbomba nella testa, viene ora scacciata e poi sostituita da una nuova.

"FAME"

Era già praticamente buio quando siamo risaliti in macchina. Una benzina al volo, per pura fortuna, e curve di Sa Calobra ci cullano fino a casa. Quella sera sarebbe stata la più lussuosa: La Micky avrebbe preparato una "pasta con le verdurine" da risuscitare i morti, il piatto sarebbe sarebbe stato caldo, ci sarebbe stata la musica, e soprattutto, avremo avuto un letto.

Mallorca #2

CALA BARQUéS


La mattina dopo tutto sarebbe stato pronto per Cala Barquès, il celebre paradiso del deep water solo, immortalato più volte in ogni documentazione di Mallorca. Un paradiso fatto di roccia arancione e bianca, strapiombi, tetti, tufas, buchi, incastri, il tutto in un contesto decisamente caraibico: acqua azzurra che sembra una piscina, pesci colorati, sabbia bianca, sole.

Parcheggiato il Bolide sopra la scogliera in meno di 20 minuti siamo già in spiaggia, che sarebbe stata la nostra casa per i successivi 3 giorni. Subito ci è chiara l'atmosfera.



Giriamo l'angolo, ed eccolo qua. Il paradiso del deep water solo, Cala Barquès.


Ci sediamo sul bordo della scogliera, e guardiamo la grotta sotto i nostri piedi penzolanti. Ci sono linee dal 6b all'8a, con un picco massimo di 16 metri di altezza. Per accedere alle linee le opzioni sono due: tuffo con nuotata fino all'attacco, oppure scendere da una via di 5° e fare campo base in una nicchia alla base della grotta, raggiungendo l'attacco della via desiderata con una serie di traversi. Vediamo scalatori di ogni tipo e provenienza arrampicare tranquilli, altri un pò meno, altri ancora vibrare, al limite. Chi scala su vie easy per scaldarsi, chi tenta il proprio progetto. C'è chi sale, c'è chi scende, ed infine c'è CHI CADE:

 tre o quattro bracciate nell'aria, qualche calcio volante, un urlo, ed infine, quell'inconfondibili SPLASH, seguito dagli applausi di tutti i presenti.

Sappiamo che le cadute fanno parte del gioco, anche quelle brutte, ma per il momento sembra tutto ok. Nessun ferito e nessu caduto, infondo oggi il mare è perfetto. Mi giro e vedo Andrea correre verso il bordo della scogliera. Ha già addosso scarpette e magnesite e cazzo, inizia a scendere dal 5°.Eccolo raggiungere la piccola cengia appena sopra il pelo dell'acuqua. In mezzo ad altri scalatori come lui appollaiati qua e là, in attesa del via libera, o semplicemente del momento giusto per andare. Dopo poco, vedo Andrea affrontare lo strapiombo, un bellissimo 6b. E' facile ok, ma vederlo scalare mi da i brividi. "Cazzo, lo sta facendo davvero!" Sembra tranquillo, concentrato. Io e Simo facciamo il tifo fino a che non se ne sbuca di nuovo in cima alla scogliera, saltellante. Cazzo devo farlo anche io!!

Scendo dal 5° e capisco che qui è decisamente un'altra storia. Ben più difficile rompere il ghiaccio partendo dall'alto di quei 16 metri. Mi accorgo che le mie mani stringono le enormi clessidre manco fossero le ultime prese da tirare nella vita. Poco dopo, eccomi appolaiato anche io. Sopra la mia testa c'è una grotta intera, e sotto, una piscina azzurra sembra dirmi "tranquillo, non succede niente se cadi". Me ne rendo conto e sono già a metà della via, e del mare sotto, me ne frega niente.

Penso a scalare, a salire, a giocare. Mi concentro sul movimento, sulla roccia. La interpreto, la sfido e lei sfida me. E' una sensazione incredibile. Un mix di concentrazione, adrenalina, emozione. Tutto attorno a me sparisce. Sparisce l'altezza, spariscono gli osservatori, il tifo, l'acuqua...sparisco io stesso.

Ancora qualche passo ed eccomi scollettare. Sono in cima, e ne voglio ancora. PArlo con gli altri e siamo d'accordo, è ufficiale. La paura di cadere è rimasta in aereo.

Quella giornata ci avrebbe regalato diverse soddisfazioni. Qualche 7a, 7b a vista rendono tutto sempre più elettrizante, ma non è il grado che ci interessa, ma l'insaziabile voglia di farne un'altra di via, dura, facile od insignificante che fosse. Una droga.

Il trofeo del giorno per me sarebbe stato "Metrosexual" 7a+ a vista, nella seconda grotta.


La linea partiva da sinistra, e traversava sotto il muro più compatto ed evidente, passando per la colata arancione attraverso i buconi, per poi uiscire dritto. Estasi: la roccia era arancione fuoco color del tramonto, la gente cominciava a rientrare in branda, dando a tutto un'aria più intima. Attacco la via, salendo come sempre pensando solo a scalare. Non penso ad una eventuale caduta (mi scivola un piede, sbaglio la sezione, mi emoziono e semplicemente vengo giù), ma concentrato salgo, gioco e mi diverto come non so descrivere. Un viaggio. Unico, puro, bellissimo. E' tutto fottutamente perfetto, ed alla fine, eccomi qua, in piedi, in cima.

"Tirati!!!!" gridano quei due.

E mi lancio.

Ancora ne stavamo parlando la sera, alla luce di una luna piena, passeggiando sulla scogliera. Si vedeva il fondale anche di notte, tanto era limpida l'acuqua e chiara la luce del satellitone.

Quella sera avremo dormnito sulla spiaggia, precisamente nella pineta adiacente, o meglio: Andrea e Simone ci avrebbero provato, solamente io però ci sarei riuscito, e pure russando, seppur sprovvisto di materassino!